Il Palazzo del Ghiaccio di Milano si è rivelata una bellissima location per LIVEWINE, l’ultima delle ormai innumerevoli manifestazioni ...dedicate ai vini che nessuno vorrebbe ma che tutti devono per brevità definire “naturali”.

 

Luminosità, spazio, suggestione, atmosfera trendy e frizzante, tutto perfetto per offrire ai tanti espositori un palcoscenico ideale per accogliere gli appassionati del genere. E loro, i vini di questi artigiani dalle mani e dai volti segnati dal sole e dalla terra, erano tutti lì, a far da protagonisti di incontri sorprendenti, a volte spiazzanti, a volte commoventi, sempre tali da suscitare tante domande. Dico subito che è stata una esperienza molto più appagante di quella della scorsa settimana a Piacenza, a Sorgente del Vino, dove il livello dei vini era decisamente mediocre e l’allestimento alquanto deprimente, né naif, né modaiolo, né casuale: semplicemente dozzinale.
Qui si è respirata aria di impegno, scommessa e determinazione; i produttori più giovani si sono ritrovati senza alcun imbarazzo fianco a fianco di vignaioli di navigata capacità, veri guru nel mondo del vino moderno, ormai chiaramente frammentato almeno nei termini fra vini naturali, convenzionali, biologici, biodinamici, liberi, veri, e chi piùnehapiùnemetta.
Io francamente me ne infischio delle classificazioni. Sono allergica alle categorie, a quelle caselline per taluni tanto consolatorie dove tizio o caio sono belli e bravi se stanno di qui o di là e tutti gli altri non contano. A me interessa capire se un vino è ben fatto, e possibilmente anche buono. Le questioni etiche riguardo i metodi di produzione, sia in campo che in cantina, sono in effetti importanti ma mi appassiona coniugarle a quelle tecniche, dato che il valore del vino, come prodotto della terra e della cultura, è salvo non semplicemente con proclami o manifesti ma solo se nel bicchiere vince, solo se nel bicchiere c’è un’opera d’arte, vera, vibrante e corretta.
Chi sceglie di NON INTERVENIRE in vigna come nel processo di vinificazione semplicemente deve essere più bravo degli altri. Non più romantico, più puro, più idealista: più bravo, punto e basta. Il vino non si fa da sé e a partire dall’allevamento della vite occorrono ferree e profonde conoscenze scientifiche che si devono necessariamente sperimentare in anni di lavoro, con quella esperienza che indiscutibilmente serve e senza la quale non si arriva a mettere nel bicchiere, anno dopo anno, vini definibili “seri” ancorchè simpatici e piacevoli.
Le schiere di bevitori etici che si affollano davanti a questa o quella postazione troppe volte non si accorgono né di sentori di riduzione, né di eccessivi sedimenti, né di interpretazioni del vitigno al limite della fantascienza tanto sono estreme: si sentono parte di una avanguardia illuminata e tanto basta. Volano di banco in banco come l’ape di fiore in fiore e magnificano questo o quello, mentre io li sento e mi sgomento: “ Ma cosa mi sfugge – mi chiedo –, dato che a me quel pinot grigio color del cognac è sembrato sconcertante e lo spumante che stanno decantando e che ora ho nel bicchiere, versato dalla stessa bottiglia, ha un fortissimo sentore ossidativo? “ ( e difatti il correttissimo produttore al mio sguardo interrogativo ha subito convenuto e mi ha aperto un’altra bottiglia,,)
A me, professionista che è tenuta a capire e a garantire la qualità di un prodotto, tocca il duro compito di districarmi fra l’emozione che suscita la gradevolezza delle persone e la reale consistenza dei loro vini, che a me non basta si presentino carichi di messaggi filosofici: a me serve che siano fatti bene e siano validi strumenti di lavoro per ristoratori attenti e consumatori intelligenti.
E qui iniziano le dolenti note.
Pur constatando l’innalzamento del livello medio della qualità di tutti i vini “artigianali” presenti a Milano e pur confermando l’impressione di una sempre maggiore maturità e capacità produttiva di quei vignaioli, non solo resta ma si allarga la mia perplessità sulle reali prospettive di mercato di tantissimi di questi prodotti. Ci sono interpretazioni estreme che veramente sono e resteranno gradite ad una micro-nicchia, e cito Radikon come esempio. Vini struggenti, tridimensionali, rocciosi, ma veramente difficili, ostici direi, sconcertanti quanto meno. E’ una interpretazione? E’ questa l’identità di quel territorio o è quella del vignaiolo? Poi passo a Zidarich e a Bressan e il punto interrogativo si ingrandisce. I vini di questi vignaioli sono maiuscoli, di certo straordinari lo sono lo Schioppettino e il Pignolo di Bressan, ma pur sempre completamente diversi fra loro e rispetto ad una idea di vitigno del Collio che a questo punto è più che mai variegata. Poi assaggi i vini dei Clivi, essenziali e composti nella loro solo apparente semplicità, e di nuovo ti viene da pensare a come Dio avrebbe voluto che fosse la Ribolla.
Poi ci sono i vini rifermentati in bottiglia. E qui si apre un altro capitolo a suon di residui fermentativi, dissertazioni sul metodo ancestrale, fecce orgogliose che si mettono in prima fila nel bicchiere, sensazioni ondivaghe fra il succo di frutta slavato e una spremuta mal riuscita. Nebbia, nel calice come nella mente. E sì che di metodo solouva ne capisco, accidenti, ma nel Costadià francamente non ci ho capito quasi niente. Interessante invece il lavoro del Castello di Stefanago, vuoi vedere che nell’Oltrepò filtra un filo di luce.. pulito il loro metodo classico di Pinot Nero e assai piacevole anche il singolare metodo classico a base di Muller Thurgau aziendale. Ottimo il Pinot Nero Franciacortino del Pendio, ma il Metodo Classico di Menti era parecchio e dico proprio parecchio in difficoltà..
Belle esperienze con i vini siciliani di Nino Barraco e Francesco Guccione, con i piemontesi Juli e Principiano, con Monte dall’Ora e la simpatica Tenuta Armonia, ma a questo punto allora parliamo anche di prezzi.
Stiamo sempre parlando di costi impegnativi, sia al dettaglio che per noi addetti ai lavori. Non metto minimamente in discussione né il valore del lavoro dei vignaioli né quello dei loro vini, ma metto in discussione il sistema. Può la naturalità della produzione arrivare ad essere un bene per pochi? Può un vino di questo genere che per sua natura è “spontaneo e incontrollabile” divenire strumento di lavoro affidabile? Può la necessità di far girare la produzione giustificare la messa in commercio di vini costosi e anche assolutamente immaturi? Può la passione per un ideale rendere accettabili prezzi così elevati e anche difetti ricorrenti? Può questo rivoluzionario movimento di produttori-artigiani contrapporsi nei fatti agli innumerevoli e spesso altrettanto bravi e oltre produttori che ora ci tocca chiamare "convenzionali" quasi fosse un discredito? Può, infine, un sistema commerciale confuso e irriguardoso nei confronti dei professionisti della vendita in fondo speculare su tutti, alzando l’asticella della percezione del valore di un vino e contemporaneamente screditare l’opera di chi non è produttore ma selezionatore e venditore?
Insomma, sono tornata da Milano in parte contenta per i tanti amici incontrati e le interessanti degustazioni ( si impara anche dagli assaggi mediocri) ma con un carico di domande notevolmente aumentato, rispetto a quello non lieve che ogni enotecario si porta in spalla ogni giorno. Già, perché non è piacevole vedere come di fatto il mio lavoro viene scavalcato in nome non tanto del cosiddetto “prezzo sorgente” ma in nome di un cassetto che altri vogliono tirare a più non posso fingendo di non avere bisogno di me.
Me ne ricorderò quando devo passare degli ordini ai miei fornitori e saprò bene cosa dire a chi entrerà in Enoteca chiedendomi come sempre di spiegargli tutto quello che non ha capito da solo andando a fare l’ enofighetto alle manifestazioni di moda. Questo è il mio lavoro, di testimone di persone e vini: il mio tempo è gratis per tutti, la mia conoscenza anche ed è a disposizione di tutti.
Mi dispiace per chi non ha capito che il mio ruolo è importante. Io ne sono fiera.

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Il video di presentazione dell'Enetoca Cremona con Patrizia Signorini

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